L’abbraccio e la cravatta rossa

Ho sognato di abbracciare due mie amiche. E’ stato un abbraccio molto affettuoso, velatamente erotico. Alla mia destra c’era B.C., una collega,  alla mia sinistra I.F, una compagna delle scuole medie. Nella mia vita diurna con queste persone non ho e non ho avuto un legame particolarmente stretto. Ricordo solo che con I.F. ballai uno dei miei primi lenti alla sua festa di compleanno (era una canzone di Antonello Venditti). Nel sogno, durante l’abbraccio, sento la mia guancia bagnarsi. Sono le lacrime di I.F. che piange delicatamente e in silenzio. Io le chiedo cosa sia successo e lei mi risponde: “Sono una persona sensibile io”.

In un’alttra scena onirica aiuto un uomo a vestirsi, come fossi un sarto. Ho difficoltà a fargli il nodo alla cravatta. Il vestito grigio, il panciotto, la cravatta rossa sono a volte su una sedia, a volte sono indossati dall’uomo. Ha un lavoro da svolgere insieme ad un ragazzo più giovane che momentaneamente lo attende fuori dall’Autogrill nel quale ci troviamo. Arrivano due donne, una delle quali ha l’influenza. L’uomo del sogno si preoccupa per eventuali problemi di salute che, da questo momento in poi, potrebbero capitare a lui e al suo collaboratore.

Il water e il conducente

Sono nella zona di Trastevere insieme a mio figlio. C’è un water in mezzo alla strada. Sento lo stimolo a defecare e mi siedo. Accanto a me c’è mio figlio. Inizia a piovere e apriamo gli ombrelli. Mio figlio apre l’ombrello dell’Ape Maya. Ride perché la situazione è davvero buffa. Anche io rido con lui. Mi sento allegro e spensierato mentre rifletto sul fatto che non mi importa niente che gli altri mi vedano o che io mi possa sporcare sedendomi su un water che forse è stato usato da altri. Penso che a casa, con calma, mi laveró meglio.

Sono in un autobus di linea in una città del Nord. Come biglietti ho due bolli da 1,81. Il conducente viene da me per controllare i biglietti e mi dice che mi deve fare la multa. Gli dico che se proprio deve farmela la accetteó nonostante non lo ritenga giusto. Mentre si rimette alla guida comincia a parlarmi di cose sconnesse. Capisco che se lo ascolto non mi farà la multa.

Libro, frutta e verdura

Sono insieme a C. in un’aula di una scuola. Mi fa vedere un libro di narrativa appena pubblicato. Mi dice un po’ contrariato che nel libro è stato pubblicato un suo articolo (o un articolo del nonno) senza che a lui venisse chiesto il permesso. Sulla copertina del libro c’è un disegno raffigurante una fattoria ed una ferrovia.  C., occupandosi della mia buona salute, mi regala della verdura e della frutta (ricordo in particolare cavoli e mele).

La grotta

Sono in montagna. Una specie di insetto volante mi vola sopra la testa e scende in picchiata verso di me. E’ il custode di una grotta tra le montagne.  Appena l’insetto si avvicina lo colpisco al cuore con una specie di martelletto per vampiri. Mentre l’insetto spira tra le rocce con il paletto piantato nel corpo, mi rendo conto che il mio gesto ha solo accelerato un processo inevitabile che lo avrebbe comunque portato alla morte.

L’assenza dell’insetto custode mi dà la possibilità di accedere alla grotta dove un bambino è stato nascosto per anni. Entro. Ci sono molti gatti a fare la guardia davanti al bambino. Mi faccio avanti con il timore che i gatti mi possano assalire. Mentre cammino, i felini, invece di attaccarmi come temevo, si fanno da parte e si mettono ai lati del corridoio basso e umido dalle mura di pietra.

Tra i miagolii dei gatti sento piangere un bambino. Mi avvicino mentre i gatti mi guardano con rispetto aprendomi progressivamente la strada.

Davanti a me un bambino biondo. Lo prendo per mano e lo conduco fuori dalla grotta.

La luce del giorno è molto forte per gli i fragili occhi del bambino, da sempre abituati al buio. Dopo poco tempo il bambino apre le palpebre e mi guarda intensamente con i suoi grandi occhi azzurri.

Go-kart e jeans usati

Percorro su di una specie di go-kart la corsia di destra della Cristoforo Colombo in direzione San Giovanni. Sulle mie ginocchia e sul sedile del passeggero ci sono dei vestiti. Un paio di jeans scivola dalle mie ginocchia e cade dal veicolo. Penso di fermarmi, ma mi rendo conto che le macchine dietro di me mi impediranno di recuperare i pantaloni. Immagino le proteste dei guidatori bloccati dal mio tentativo di recupero e decido di lasciar perdere. La cosa mi stuzzica parecchio, sento il piacere di aver abbandonato un paio di pantaloni che in fondo non mi sono mai piaciuti. Decido allora di prendere anche i Levi’s alla mia destra e li lancio con forza dietro alle mie spalle. E’ una sensazione di alleggerimento davvero elettrizzante. Non so quando riuscirò a comprare un paio nuovo di jeans e non riesco neanche ad immaginare come saranno, ma mi sento felice e fiero di aver fatto un gesto ocmpletamente lontano dal mio modo di essere e di pensare.

La Lambretta verde e la Vespa rossa

Sto guidando una Lambretta colore verde acqua; dietro di me c’è T.D.

Al semaforo dell’incrocio tra viale Regina Margherita e via Salaria si affiancano a noi due ragazze su di una Vespetta 50 di colore rosso. Appena arriva il verde partiamo in maniera bizzarra, sfrizionando un po’, nella speranza che le due ragazze ci notino. A metà dell’incrocio però  il filo dell’acceleratore della nostra Lambretta si rompe. Anche le due ragazze sembrano avere problemi con la loro Vespa che improvvisamente si ferma accanto al nostro veicolo.

Accostiamo al bordo della strada.

Io e T.D. ci diamo da fare per sistemare il nostro mezzo e quello delle ragazze.

Inclino la Lambretta ricordandomi di ciò che tanto tempo fa mi ha insegnato mio padre. Giro, quindi, di 180 gradi la levetta della benzina prima di cominciare a lavorare affinché il motore non si ingolfi durante la riparazione.

Rivolto completamente la Lambretta guardandone l’interno dalla parte bassa. Mi accorgo che quella non è la posizione migliore. Inclino allora  in modo leggero lo scooter e comincio ad aggiustarlo smontando le  “chiappe” o “pance” laterali. Smonto quella di sinistra e non trovo il cavo dell’acceleratore; smonto quella di destra e mi accorgo che il cavo, totalmente diverso da un cavo reale, è nero e di plastica e si è staccato dal suo consueto alloggiamento.

Aggiusto con facilità la Lambretta mentre T.D. si occupa della candela della Vespa rossa. Io e T.D. facciamo ipotesi sul malfunzionamento della Vespa utilizzando cacciaviti che le ragazze conservavano all’interno del vano sottosella.

Nel sogno compare improvvisamente Cico che sembra avere bisogno di un aiuto, quasi servisse anche a lui una revisione di alcune parti anatomiche. Smonto così due tappini di plastica che si trovano sulle sue spalle, esattamente all’alltezza di due nei che ho da quando sono nato. Uno dei tappini contiene un po’ di terra. Pulisco e risistemo le parti in plastica trasparente poste sulle spalle di Cico.

Io e T.D. siamo soddisfatti delle capacità acquisite nel tempo di aggiustare e sistemare veicoli a motore e parti del corpo.

Vengo da Lecco!

Sono nella casa della mia infanzia. Sento dei rumori provenire dalla finestra del soggiorno.

Mi nascondo dietro ad una libreria di metallo. All’improvviso entra in casa dalla finestra aperta un ragazzo dai capelli rossi e dall’aria divertita e buffa.

Il ragazzo mi dice in tono scherzoso:

“Vengo da Lecco!”

Mi spavento e mi lancio contro di lui per cacciarlo. Lo spingo fuori dalla finestra e il ragazzo finge di cadere con un urlo che sembra simulato.

Nel sogno, ad un certo livello, capisco che il ragazzo sta fingendo perché sotto la finestra c’è un balcone o un cornicione che gli permetterà di non cadere.

Dopo pochi secondi il ragazzo torna con un salto giro dentro casa, passando nuovamente per la finestra.

“Vengo da Lecco!”

Io allora mi arrabbio e comincio ad urlare: “Cosa vuoi da me! Che ci fai in casa mia!

E lui mi risponde urlando: “La devi finire di preoccuparti in questo modo! Hai rotto le palle con questa questione dei soldi!”

Io gli rispondo urlando:” Ma come posso fare se non ne ho abbastanza! Eppure lavoro come un disperato! Io non ce la faccio più, non so come fare!”

Il ragazzo continua a rispondermi urlando con lo stesso mio tono: “Lo so! Ma alla fine ce la fai sempre! Ti sei sempre preoccupato e poi alla fine ce l’hai sempre fatta! E’ chiaro che la devi finire? Così finisci per non vivere più la tua vita a forza di preoccuparti! Ce la farai, chiaro?”

Nel sogno sento il piacere di poter finalmente urlare queste cose a qualcuno che mi capisce. Il ragazzo che viene da Lecco è arrabbiato perchè sa che io sto sprecando del tempo prezioso a lamentarmi di problemi per i quali, in fondo, avrei già le risposte.