Tigre, cavalli e dinosauro. Gli animali dei miei sogni più recenti.

Qualche settimana fa ha avuto inizio la mia serie di sogni sugli animali.
Il primo incontro di questo tipo nel mio mondo onirico è avvenuto sulla neve. Un gruppo di cani sta litigando, da lontano arriva una tigre. E’ maestosa nella sua corsa felina. Azzanna uno dei cani. So di dover intervenire altrimenti il cane morirà. Corro verso i due animali e afferro la tigre per le zampe posteriori. La sensazione al tatto con la morbidezza del pelo e la potenza degli arti inferiori è ancora vivida nella mia memoria. Ho paura che la tigre si giri e mi azzanni. Non ci riesce anzi, nemmeno ci prova. Riesco a staccare la tigre dal cane e dopo averla sollevata la scaravento lontano dopo averle fatto fare mezzo giro intorno al mio corpo.
L’immagine della tigre diviene un puntino che si allontana.

Nel secondo sogno io e @nina vediamo una mandria di bufali/cavalli. Sappiamo di dover correre per stare alla loro velocità. Non dobbiamo essere troppo lenti per non perderli di vista, né troppo veloci per non rischiare di venire travolti.
E’ una bella sensazione quando corriamo insieme a loro mantenendo la giusta velocità.

Nel terzo sogno incontro un dinosauro. Desidero fotografarlo con il cellulare per poi postare l’incredibile foto su Instagram.
Ogni volta che cerco di inquadrare il dinosauro, mi accorgo di una sua espressione contrariata ed aggressiva, quasi a volermi indirizzare sulla necessità di vivere quell’istante a pieno, come unico ed irripetibile. (Sogno del 7 luglio 2015, ritrovato tra le bozze del mio account)

Tra moto e ragnatele

Chiacchiero con due ragazzi poco più che ventenni. Mi dicono di preferire la moto allo scooterone. “Perché sprecare degli anni preziosi della propria vita a guidare uno scooterone? Allora ho deciso di prendermi la moto.” Afferma il ragazzo che ho di fronte, seduto ad un tavolo da pic-nic insieme a noi. Ci alziamo. Loro prendono le moto, io il mio Vespone. Loro sono incuriositi dal mio mezzo (mezzo: a metà, tra scooterone e moto). Mi accorgo che sono in riserva di olio ma mi dico che a breve farò benzina e rabboccherò l’olio. Non trovo più i ragazzi. Mi fermo a cercarli nel locale lì vicino, una specie di paninoteca/locale anni ’50/’80. Subito dopo sono nella mia vecchia casa e capisco di dover stare lì per un po’, vista la situazione legata al Coronavirus. Non sono particolarmente contento di stare nella mia stanza e me ne stupisco, avendo sempre ritenuto quella casa l’abitazione dove avrei voluto poter tornare almeno una volta ancora. Disinfetto delle ragnatele e mi accorgo che c’è un ragno dietro alla scrivania.

Il pesce con le manine

Campagna, casolare, lieve discesa che porta ad un fiumiciattolo. So che ha piovuto parecchio quindi non mi stupisco di trovarlo gonfio d’acqua. Anzi, ne sono contento, anche perchè più acqua c’è più pesci ci sono. Ed infatti di lì a poco vedo sfrecciarne uno di dimensioni ragguardevoli da una parte all’altra del corso d’acqua. “E’ uno storione!” grido… Mi brillano gli occhi e so che sarà un gioco da ragazzi catturarlo. Il paesaggio è molto bello, l’acqua del fiume è di un colore fantastico, con le tipiche sfumature azzurrine che si possono notare nei paesaggi artici ghiacciati. L’aria è fresca e le chiome degli alberi lasciano filtrare qulche raggio di sole. Mentre mi godo il paesaggio inizio a vedere con la coda dell’occhio delle cose a mezz’aria… sono pesci che volano… No… saltano per l’esattezza, a formare delle parabole. La cosa in sè non mi stupisce più di tanto. Quello che mi lascia un po’ perplesso è invece la presenza, sui fianchi delle bestiole, di due piccole manine blu del tipo di quelle che si trovano nelle patatine, che lanci al muro e si appiccicano… Ad ogni modo… ad un certo punto uno di questi pescioni, durante la fase discendente della sua bella parabola, mi si appiccica addosso. L’impatto è abbastanza forte. Abbasso lo sguardo e noto che sta ciucciando la mia pelle con una protuberanza fina fina che gli parte dalla bocca… Non provo alcun fastidio o dolore. La cosa mi incuriosisce e decido di fargli una foto col telefonino per farlo vedere al mio compagno di pesca R.T.. Il pesce è ora sul mio braccio sinistro che metto prontamente nella posizione più adatta affinchè riesca a ritrarre l’intero animale. A voler essere precisi, il braccio è nella calssica posizione di chi vuole dare un’occhiata al proprio orologio per sapere che ore sono. Scatto la foto ma quando la vado a vedere noto che è notevolmente diversa da come sarebbe dovuta essere. Nella foto infatti mi trovo in una sorta di laboratorio di chimica con i tipici banconi pieni di strumenti e provette e il pesce si vede malissimo… vorrei scattarne un’altra ma il pesce se n’è andato…
Mi giro di nuovo verso il fiume e sulla sinistra scorgo lamia bella macchina nuova. E’ leggermente infangata ma non me ne curo. Decido però di spostarla e noto che è posizionata veramente troppo vicino all’acqua. Quando mi sposto dal lato del conducente, prima di aprire lo sportello noto la presenza di parecchia gente che sta popolando le azzurrine acque. La mia attenzione si sofferma in particolar modo su tre bambini che stanno sguazzando felici. Uno di loro, un maschietto con i capelli rasati, tiene in mano una canna da pesca veramente troppo corta e lancia in continuazione l’esca al centro del fiume. Un attimo dopo me li ritrovo di fronte. Uno di loro è ricoperto di peluria dello stesso colore blu dei pesci con l’aggiunta di alcune strisciate verdine…

Il leone, la tigre e l’orso bruno

Mia moglie e mia figlia entrano all’interno di una casa di campagna a dar da mangiare ad una tigre e ad un leone. Sono preoccupato, ma so che saranno caute. Capisco inoltre che hanno un certo ascendente sui due animali. Io tengo chiusa la porta con le mani, pronto a riaprirla non appena loro abbiano terminato il delicato compito.
La porta rimane socchiusa e uno dei felini si vi si appoggia. Sento il peso della porta sotto le mani. Dopo un po’ di tempo si sposta e io entro/mi ritrovo nella casa. Mi dirigo verso un tavolo. Ora il salone nel quale mi trovo prende la forma del salone e della sala da pranzo della mia amica Zoe ai Parioli. Mi giro nuovamente verso l’uscita e mi trovo davanti un orso bruno, alto più di due metri. Non ho paura, l’orso (a volte vero, a volte di peluche) non mi vuole fare del male. Intratteniamo una conversazione prima del mio risveglio.

Alla ricerca del giusto assetto

Sto montando un cavallo a pelo. Non so bene dove mi trovo, è tanto che non monto, mi sento goffa e impacciata.

Sono alla ricerca del giusto assetto, il cavallo è come se avesse percepito le mie sensazioni, la sua andatura è lenta e calma, tutto ciò mi da sicurezza e pian piano mi posiziono nella giusta maniera.

Gira la testa verso il mio piede e lo lecca, mi accorgo così di non calzare neanche gli stivali, sono scalza e sento la sua lingua calda, è una sensazione bellissima, ed è un animale dolcissimo e buono.

Cerco il mio cane

Sono con mia madre su Corso Vittorio Emanuele quando le chiedo di entrare con me in un’erboristeria/negozio di spezie e tè. Le dico che voglio comprare una particolare miscela di tè orientale e, mentre lo dico, mi meraviglio io stessa di essere entrata lì dentro con lei perché so che questi posti non le piacciono e penso che anche la mia fase “erboristeria/roba orientale” è finita da un pezzo.
All’improvviso ci troviamo lungo via del Governo Vecchio e con noi c’è anche Chico, il mio primo cane, che cammina senza guinzaglio (cosa mai successa in città) e la cosa mi sorprende e mi fa essere leggermente inquieta, tuttavia non dico nulla.
Percorriamo tutta la via e, al momento di tornare indietro, mi accorgo che Chico è scomparso (anche mia madre non c’è più ma nel sogno non mi sembra strano).
Ripercorro tutta la via a ritroso chiamando Chico con la voce rotta dal pianto e vorrei gridare più forte per fami sentire meglio ma il nodo alla gola non me lo permette.
Via del Governo Vecchio sembra la strada di una cittadina di mare, con i negozi a destra e a sinistra che vendono magliette, ciambelle, materassini, ecc… però da una delle traverse vedo Piazza Navona con le bancarelle natalizie… Del mio cane nessuna traccia.

Il gatto bambina

Passeggio nella piazza di un paesello non ben identificato quando scorgo un gattino minuscolo che dorme beato ai piedi delle scalette di una casa. È leggermente striato, di un bel mix si colori molto chiari tendenti all’acquamarina… Mi assale una voglia incontrollata di accarezzarlo e coccolarlo ma quando vado per prenderlo il gattino ai dimena e cerca di scappare. Gli dico di non scappare perchè voglio fargli solo tante coccole. Lo riprendo più e più volte fino a che non lo afferro saldamente e me lo porto in braccio. Inizio ad accarezzarlo sulla pancia e sotto il mento e a lui piace. Dopo poco noto che ha preso le sembianze e dimensioni di una bambina di circa cinque anni. Ha un viso bellissimo e degli occhi splendidi dello stesso colore che aveva il pelo del gatto. Le dico che è molto bella e, mentre la poggio a terra, che lo sarà ancora di più quando tornerò a trovarla tra quattro o cinque mesi.
Cambio di scena e mi ritrovo sul marciapiede di una città qualsiasi. Sono di fronte a un locale forse in attesa di entrare. Arriva una ragazza che forse conosco. Non mi nota e decido di stringerle il braccio affinchè mi veda. Si gira, è F.F., ma rispetto alla realtà è molto più alta e snella. Indossa un cappottone nero e ha i capelli lunghi, lisci e castani. Ci salutiamo. Mi giro verso l’altro lato della strada, guardo verso una sorta di macelleria, so che F.L. è andata a comprare la carne.
Mi ritrovo sullo stesso marciapiede ma poco più in là del locale, accanto ad un alberello. Con me ora c’è F.L.. Le racconto di aver sognato il gattino di cui sopra, dicendole anche di aver appreso, nel sogno appena fatto, che il termine “barboncino” in origine era stato coniato per i gatti.

Profumo di donna e parassiti sottocutanei

Sono ad un pranzo insieme a molte altre persone. I tavoli sono quelli che si potrebbero trovare ad una sagra e sono disposti un po’ alla rinfusa.
Siedo accanto ad una ragazza mora vestita di nero. So bene chi sia anche se nel sogno la somiglianza non è del tutto fedele. Mi avvicino al suo collo ripetutamente e in maniera furtiva per annusarne il profumo. Dopo aver rubato per due o tre volte la dolce essenza dal suo collo, noto un’altra ragazza vestita completamente di bianco, mora anch’essa, dall’altro lato del tavolo, che mi fulmina con lo sguardo e mi manda a quel paese mimando un vaffa con la bocca.
In quel momento mi ritrovo seduto a capotavola, con la testa abbassata, rivolta verso il pavimento. Accavallo la gamba sinistra sulla destra e noto un piccolissimo puntino di grasso sulla caviglia. Inizio a grattarlo con l’unghia del dito indice della mano destra per cercare di asportarlo ma più gratto, più il puntino diventa grande… E quando ha raggiunto le dimensioni di qualche millimetro, inizia a muoversi, proprio come farebbe un piccolo vermetto bianco. Rendendomi conto di cosa stavo ospitando sotto la pelle della mia caviglia, afferro con le dita la piccola sporgenza bianca e soda e tiro con decisione, ritrovandomi in mano un verme di qualche centimetro. Sorprendentemente non sento alcun fastidio o dolore e la cosa mi rincuora anche perchè quando osservo meglio il buco lasciato dal verme noto che dentro ce ne sono altri più o meno lunghi. Ne afferro un altro e lo tiro fuori. E poi un altro ancora, e ancora. Nella mano ormai ho cinque o sei vermi di varie grandezze e sulla caviglia un buco di qualche centimetro, senza più parassiti al suo interno. Non noto molto sangue.
Mi alzo dal tavolo e cerco di svicolare tra gli altri, perdendo l’equilibrio un paio di volte. Ho ancora i vermi in mano, devo farli vedere a mia madre, l’unica persona che ho in mente che possa darmi consigli sul da farsi. Mi rendo conto subito dopo che non c’è più ma la cosa non mi butta giù più di tanto e penso che sono grande abbastanza per cavarmela da solo.
Esco di scena, ho in mano un filetto di pesce la cui consistenza della carne somiglia molto a quella dello sgombro in scatola. Lo sto ispezionando in cerca di altri vermi.